Agosto 2025: il Madagascar e la manifestazione della povertà

La povertà l’ho conosciuta nei racconti dei miei nonni e dei miei genitori, che avevano attraversato la prima e la seconda guerra mondiale ed in questi periodi avevano vissuto in ristrettezze; nonni e genitori che mi hanno accompagnato con insegnamenti e ricordi per tanti anni.

Ecco, la povertà si esprime con la mancanza di genitori e nonni anziani. In Madagascar, per chi nasce adesso l’aspettativa di vita è di 62 anni, che significa che adesso difficilmente trovate persone che hanno più di 50/55 anni; una perdita enorme in termini di supporto alla vita e trasmissione storica e culturale.

La povertà è buio, buio profondo, perché nei villaggi ed in larga parte delle città l’energia elettrica non esiste, si vive dall’alba al tramonto, giusto un fuoco per riscaldarsi e la porta esterna rivolta ad ovest, per raccogliere l’ultimo raggio di sole. I piccolissimi pannelli solari che cominciano ad apparire sono una conquista enorme, ma al massimo alimentano una lampadina.

Pensate a cosa vuol dire per noi vivere anche solo un’ora senza elettricità: buio, acqua che manca perché l’autoclave non funziona, difficile cucinare, ascensore fermo, TV e internet figurati, …; condizioni normali per chi vive questa assoluta mancanza.

La povertà è mancanza di rifiuti: escludendo le città, dove un po’ di plastica si disperde, un’economia essenziale non getta via niente. Nei villaggi la plastica si limita a qualche bacinella per lavare i panni; del cibo non si getta niente e comunque è tutto e solo organico. La spasmodica richiesta di bottiglie che viene continuamente fatta è indirizzata a poter avere dei contenitori dove conservare e trasportare l’acqua, e quando le bottiglie non riescono più a trattenere i liquidi diventano giocattoli per bambini, come automobiline tirate da una corda o barchette. Gli indumenti, o forse sarebbe meglio dire l’indumento, si portano finché non diventano stracci, e con gli stracci si fanno le palle di pezza per giocare.

La povertà è mancanza di infrastrutture, di case, ospedali, scuole, ponti, strade, porti. Laddove le persone devono salire su barche più grandi, sono trasferite al largo tramite carretti trainati da buoi, sfruttando i periodi di alta e bassa marea, mentre i fiumi si attraversano su chiatte spostate anche a mano. Il Madagascar, grande due volte l’Italia, ha una sola strada asfaltata che lo percorre dal centro-ovest al sud-est, come se l’Italia avesse solo una strada da Venezia a Roma. Il resto sono solo piste su sabbia, terra e pietra, difficili da percorre nella stagione secca (media 15 km/ora), impossibili da percorrere nella stagione delle piogge, che le distrugge e rimodella. Le auto private esistono solo nelle grandi città e per pochi eletti, il resto sono mezzi di trasporto a comune (i taxi brousse per i lunghi spostamenti o i pousse-pousse per gli spostamenti cittadini) ed i fuoristrada dei tour operator, o i carretti trainati dagli zebù.

Ecco che il passaggio di un’auto diventa un momento di festa e svago per i villaggi attraversati, che magari in una giornata vedono passare dieci auto (come il passaggio del treno nel film «Il ragazzo di campagna). Se poi ti fermi a lasciare cibo o indumenti, una nuvola di bambini e donne giovanissime ti assale, per chiedere cibo o qualsiasi altra cosa sì, ma anche semplicemente per toccarti, chiederti il nome, giocare e farsi fare una fotografia col cellulare e ridere a crepapelle nel rivedersi, nel vedere riprodotta una figura che non conoscono, perché gli specchi non esistono e l’acqua ferma è torbida e Narciso non lo puoi fare.

Già, il cibo. In Madagascar, il decimo paese più povero al mondo, in generale non si muore di fame; quello succede a Gaza, in sud Sudan, in Burkina Faso, in paesi dove le carestie ed i cambiamenti climatici si sommano alla instabilità sociopolitica ed alle guerre tra bande e tribù, ed il cibo è solo quello fornito dalle organizzazioni umanitarie. Si muore di malnutrizione, e di tutte le malattie connesse, visto che, quando si riesce, il pasto giornaliero è una ciotola di riso o di pasta, pomodori e cipolle, qualche legume e patate. Lo zebù serve per lavorare i campi ed ammazzarlo per mangiarlo è riservato alle grandi occasioni come funerali e matrimoni. Mango e papaia quando è stagione, uova poche da galline striminzite che crescono senza mangime, mangiando terra e qualche insetto (se un pollo costa più di un’aragosta qualche motivo di alimentazione e crescita ci sarà); va un po’ meglio alle popolazioni costiere, che con la pesca riescono ad introdurre un po’ di proteine.

La povertà è infine, ma sopra ad ogni cosa, la mancanza di scolarizzazione e cultura. Se non riesci a dare conoscenza, è impossibile che un popolo riesca a crescere ed evolvere. Solo il 30% dei bambini/ragazzi riesce a frequentare le scuole, la cui frequenza non è obbligatoria, e pochissimi sono quelli che concludono gli studi dei cicli superiori o, addirittura, dell’università. E se non hai insegnanti, ingegneri, medici, economisti, agronomi, la crescita di un paese è molto difficile (a proposito, un insegnante di una scuola pubblica guadagna 40 euro al mese).

Ecco che assume una importanza fondamentale l’azione promossa da Mitia Odv, che sostiene la scolarizzazione dei bambini e la costruzione di infrastrutture dove i bambini possano trovare un pasto regolare e crescere e studiare in sicurezza e pulizia. Si può dire: sono gocce piovute in mezzo al mare… Può darsi, ma anche i mari si sono formati con le piogge, ed anche un solo ragazzo/ragazza portato a concludere gli studi è un risultato enorme in queste condizioni. Esiste anche il rischio opposto, in queste situazioni e di questi interventi: quello di cadere nella sindrome di Oskar Schindler nel finale del film, quando dice che con il ricavato della vendita dell’auto e dell’anello avrebbe potuto salvare più persone, e quindi buttare tutto all’aria come una cosa incompiuta; ma l’unica vera risposta è quella del verso del Talmud incisa nell’anello donato dagli ebrei a Schindler: «chi salva una vita, salva il mondo intero».

La prossima volta che vi succede un imprevisto, che qualcosa non va come volevate, che il cellulare non prende, che non avete abbastanza like su un post o vi si spezza un’unghia, pensate sempre alla smisurata, incommensurabile, fortuna che avete avuto a nascere in questa parte di mondo e vedrete che il sorriso vi tornerà.

Buona vita, che sia sempre col sorriso.

Michele